giovedì 29 settembre 2016

[Cinema]: The Lady in the Van

Siamo al termine degli anni settanta.
Per le strade di una Londra benestante si aggira un furgone malridotto guidato da un'anziana signora, pronta a sostare, di volta in volta, dinanzi ad una nuova dimora.

A primo acchito potrebbe apparire noioso, se solo il furgone non fosse un abitacolo e "The lady in the van" non fosse una storia vera.
Difatti, la signora Mary Shepherd trascorse gli ultimi quindici anni della sua vita vivendo all'interno di un furgone posteggiato nel vialetto d'ingresso della casa di Alan Bennet, commediografo che la rese famosa. 




La trasposizione cinematografica realizzata da Nicholas Hytner nel 2015, vanta l'ingiudicabile interpretazione di Maggie Smith (ai più nota come la professoressa Minerva McGranitt). 

Con le sue doti riesce a dare voce alla vulnerabilità -eccentrica e spesso inadeguata- della fuggiasca Shepherd in una miscellanea di simpatia, vivacità e, perché no, apprensione. 

Tra le scene meglio riuscite, in questo senso, ricorderei la prima verniciatura del veicolo così come il giro in giostra.

Filo conduttore di entrambi i momenti è il colore predominante o, per meglio dire, l'unico in grado di rendere felice la vagabonda: il giallo. 



La sua storia, in bilico tra finzione e mistero, s'intuisce pian piano grazie al controverso rapporto con Bennet.
Qualcosa in lei lo trattiene dal cacciarla via, contrariamente a quanto fatto dall'intero vicinato.
Certo, l'odore emanato da quel furgone non è dei migliori, né tanto meno il quantitativo di feci disseminate all'interno del cortile.

Essere gentili, che non è una parola che amo, essere gentili porta solo cacca


Nel corso dei quindici anni, ridotti a poco meno di due ore di film, si assiste all'indecisione del commediografo (rappresentata come uno sdoppiamento di persona) ed alle peripezie e stravaganze dell'ormai "vicina di vialetto": con la sua fissa per le automobili, per il giallo e, ultima ma non meno importante, per la musica. 


Quest'ultimo dettaglio, che è poi una vocazione, viene sottolineato in più occasioni dalle colonne sonore, tra cui ho amato la revisione di "The Second Waltz" di Shostakovich. 



Lei a cui offrire solo mezzo caffè per non disturbarsi troppo, "sembrava una derelitta che avesse vinto il premio nobel con la faccia lercia ed una smorfia di rassegnata soddisfazione".
Lei in netto contrasto con la madre di Bennet, è l'innocente, la cui presunta sentenza si ripercuote nell'altrui destino.
Lei a cui viene dedicata un'elevazione fantasiosa alla "Breaking the Waves" con meno campane e più luminosità.
Divertente, leggero, di facile interpretazione e godibile sino all'ultimo secondo.

2 commenti:

  1. Il film non l'ho visto ma Alan Bennett è sempre il solito straordinario adorabile Alan Bennett

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    1. Io purtroppo (eretica me!) faccio una risalita al contrario, ma accidenti quanto è vero!

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