venerdì 7 ottobre 2016

[Cinema]: 4 ottobre 2016: The Space in Between - Marina Abramović and Brazil


Nexo Digital e Marco Del Fiol ci hanno trascinati nelle sale cinematografiche per un'anteprima di tre giorni alla scoperta del viaggio di Marina Abramovic, artista contemporanea ben nota per le sue performance. 



Il mio approccio con il suo magnetismo risale alla scoperta casuale di "Lips of Thomas" (datata 1975) attraverso cui esplora i propri limiti fisici portandoli sino all'estremo, oltre la banale conoscenza della superficie. 

Non è solo una mente originale, atipica e capace di far parlare di sé; bensì una personalità a tutto tondo intrisa di spiritualità e voglia di superare qualunque barriera. 

Potrebbe apparire tanto disorientante quanto disumana ma credo di non aver mai percepito un livello così elevato di empatia e self control (eccezioni comprese). 


Il documentario non è sempre una scelta facile, sia per l'approccio con il pubblico che per la resa. 
In questo caso, nonostante tutto, oserei definirla la forma più appropriata. 

A partire dal medium e guaritore John of God, l'Abramovic ci accompagna in un viaggio tra folklore, sciamanesimo e sincretismo senza fare uso di alcun filtro. 

Le caratteristiche di un road movie vengono rielaborate sotto forma di percorso di redenzione, alla ricerca di risposte e modalità per liberarsi da una grave sofferenza dell'anima -associata alla perdita dell'amore. 

In novantasette minuti non mancano scene capaci di far rabbrividire, nel bene o nel male. 

Abbiamo un'operazione chirurgica alla "Un chien andalou", disagio e nudità post ayahuasca e riti così inusuali da sembrare ridicoli.

Eppure, l'occhio riesce a rifarsi con la bellezza degna di un quadro o di una fotografia; tra simmetrie e paesaggi in cui l'artista s'inoltra come fosse parte integrante di un tutto. 



A tal punto affascinata d'aver desiderato più volte essere lì, ho compreso quanto sia difficile assecondare ritualità non ordinarie e lasciarsi andare completamente (reticenza intuibile anche dal pubblico in sala).
Non è una questione di religione né d'istituzioni ,com' ella stessa confessa. ma di fede- quel mondo in cui decidiamo di fuggire quando oppressi da maniacalità e senso di "non appartenenza".
Proprio quest'ultimo è il suo "Spazio di mezzo", l'accettazione di non sentirsi a casa in nessun luogo e la volontà d'insegnare ad amarsi anche quando afflitti.
Con un'immersione visiva in "The Abramovic Method" si ritorna a casa, inoltrandosi senza timore in una buia caverna quale nuovo percorso oltre la guarigione.

The Space in Between è, dunque, una forma di "non resistenza"alla maniera dell'Ophelia di Millais,


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