lunedì 16 ottobre 2017

Dall'Invenzione di Morel al Demone della Reperibilità


Nell'ultimo mese ho dato il via ad una battaglia personale contro la costante reperibilità causata dai mezzi di comunicazione attuali.
Da un giorno all'altro mi sono accorta dell'enorme peso e fastidio dato da ciò che "ci vuole sempre online".
Con questo post non intendo sovvertire il sistema, additare qualcuno come colpevole o divagare su cospirazioni e illuminati (11!1!) ma, semplicemente, far fruttare la poca positività racchiusa in un periodo di forte stress.

Quanto tempo trascorriamo con il cellulare in mano senza renderci conto di ciò che facciamo?!
Lo prendiamo per controllare le notifiche, per ammazzare il tempo d'attesa, per fare una fotografia o avvisare d'essere arrivati a casa e ci ritroviamo, in men che non si dica, a vagare nell'etere.
Da un'attività da due minuti contati si passa a ore di scroll senza la minima attenzione; tanto che se qualcuno ci chiedesse "cosa stavi guardando due minuti fa?", non saremmo in grado di rispondere.
è un approccio da amebe, un modo passivo di sfruttare il poco tempo a disposizione perdendo completamente (o quasi) il controllo.
A questo si uniscono le cattive abitudini di un po' tutti: noi, chi ci circonda e chi dovrebbe dare il buon esempio.
Al posto di organizzarsi per un'uscita, sia anche di venti minuti per scervellarsi su un argomento, si passano ore a contemplare delle chat certi di condividere qualcosa senza realmente capirci nulla.
Non è chiaro il tono di voce utilizzato, non è chiara l'intenzionalità, non c'è nulla di veramente chiaro e i fraintendimenti ,così come i litigi, sono dietro l'angolo.
Anche chi abita a due minuti da casa vostra piuttosto che citofonare e chiedere di voi, vi invia un messaggio per sapere se ci siete, se avete voglia di uscire o di fare qualcosa.
Il risultato? Spesso non incontriamo nessuno e ci adagiamo tra le comodità di casa "perché sì".

Un'altra cosa che mi rende irrequieta è l'impossibilità di dire "ora mi disfo di tutto e chissene frega".
Sia da studenti che da lavoratori si comprende l'importanza di ricevere delle mail e poterle inviare.
Da pendolari è importante sapere se un treno ci sarà oppure no e a quanto ammonterà un ritardo apparentemente interminabile.
Per avere una vita sociale sembra indispensabile andare oltre ai semplici sms e risultare reperibili su qualunque applicazione di messaggistica istantanea.
Non esserci non è passare per preziosi ma alienarsi e non sapere quasi nulla di ciò che accade -similmente a una vita da eremita.
Una volta entrato nel loop e scoperti i vantaggi non se ne può uscire, soprattutto se legati a qualsivoglia tipo di organizzazione lavorativa, scolastica o hobbystica.
Per smettere di essere reperibile, e non intendo a livello professionale, bisogna spegnere il cellulare.
Non esiste un tasto "esci" dai più noti whatsapp, telegram e chi più ne ha più ne metta.
Uscire è una scelta per passare alle funzionalità base, spegnere è un'imposizione.

Al pari di quando si esce sfatti e si incontra il mondo, avvicinarsi ad un argomento attira l'attenzione di tante fonti che improvvisamente vengono a galla come richiamate da un'esca.
Con questa sorprendente casualità ho scoperto ben due testi che vorrei consigliarvi.
Due generi diversi, due periodi completamente diversi ma facce di una stessa medaglia.


Da un lato abbiamo "L'invenzione di Morel" e dall'altro "Il demone della reperibilità" (contenuto anche in "L'elenco telefonico degli accolli") di Zerocalcare.

Un naufrago volontario, spinto dalla persecuzione politica, raggiunge un'isola apparentemente deserta.
Tra un museo, una piscina e una cappella è custodito un miracolo tecnologico attivato dalla marea.
Siamo al cospetto di un'anticipazione della realtà virtuale, della soppressione dello spazio privato e dell'intensificazione del controllo da parte dei media e della rete.
Spendere anche solo una parola in più spegnerebbe la curiosità nei confronti di un testo breve che, volendo, potreste recuperare anche nella trasposizione cinematografica ad opera di Emidio Greco.


A dimostrare l'esattezza della predizione contenuta in "L'invenzione di Morel" abbiamo Zero, con tutta la sua ironia e schiettezza, che ci presenta la quotidianità esattamente com'è.
Passare da un'opera all'altra lascia quell'amaro in bocca da anticipazione troppo azzeccata.
Una sensazione fortunatamente mediata dal sarcasmo, da quel modo particolare di prendersi in giro per non disperarsi.

Non ho trovato una soluzione definitiva, una chiave di lettura univoca o un modo per fuggire senza subirne le conseguenze negative; ma ho compreso l'importanza della somma tra tanti atti sovversivi in miniatura.
Ho imparato a differenziare il tempo speso e quello sprecato, ho radunato amici e accolli (no, non tu) e ne ho parlato.
La conclusione? Non tutti saranno disposti a capirvi, qualcuno si offenderà e qualcun'altro vi crederà ancora troppo distratti, preziosi, disinteressati, maleducati, incoerenti, ipocriti (e aggiungi qui lista infinita di aggettivi immaginati e mai pronunciati da gran facce di tolla).
Anche se rari quanto una Seta Special in un pub di paese, garantisco l'esistenza dei follettianguilla e delle loro gemme del *nonmidevirompereilcazzo*

Siamo anche noi parte del processo di alimentazione di un archivio eterno: un deposito pressoché infinito di informazioni personali in cui c'è sempre spazio per nuovi morti.

5 commenti:

  1. Hai fatto un bellissimo collegamento, quando poi mi citi Zerocalcare con me sfondi una porta aperta :)

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    1. Zerocalcare è davvero una garanzia e non vedo l'ora di Macerie Prime (non so cosa aspettarmi ma l'hype è palpabile).
      Ti ringrazio, mi fa molto piacere tu abbia apprezzato il collegamento -forse inusuale.

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    2. Internet Gaming Disorder. Si tratta di un problema di dipendenza un po’ diverso rispetto a quello che colpisce chi gioca d’azzardo. In questo caso il cervello dà la priorità al gioco andando a trascurare i bisogni primari dell’organismo, come l’alimentazione o il sonno.


      Ciao Valentina.
      Purtroppo non sono rari casi di persone decedute in seguito a sessioni di gioco particolarmente prolungate. Peggio ancora, vi sono genitori che hanno trascurato i figli piccoli perché incapaci di interrompere il gioco, portandoli al denutrimento e -in tempi recenti- alla morte di un neonato. Se di episodi del genere si sente in genere parlare riguardo nazioni come la Cina, anche in occidente si verificano di tanto in tanto dei casi simili. Naturalmente questi sono gli estremi a cui può portare tale dipendenza.

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    3. La dipendenza da videogiochi é effettivamente un'estensione di questo meccanismo.
      Ci sarebbe moltissimo da dire e c'è ancora molto da fare in termini di sensibilizzazione.
      Temo che la maggior parte delle persone sia convinta di avere a che fare con frottole e casi di cronaca inventati.

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  2. Alla base del fenomeno io vedo una ragione sopra tutte: la paura di stare da soli con sé stessi, rispondendo alle domande di dentro o anche semplicemente guardando il resto del mondo e considerandolo come fosse un cielo stellato da studiare e riconoscere.
    Sempre connessi equivale a mai connessi, perché "la connessione di pensiero", la misura intellettuale dell'esistere e, di conseguenza, la possibilità di relazionarsi realmente con il resto da noi, non trova modo e spazio nella distrazione continua causata dalle mille "trappole per la connessione" cui in tanti si dedicano compulsivamente.
    E' molto interessante la tua analisi, soprattutto perché resa da un angolo di visuale complesso: c'è la tua partecipazione al fenomeno e c'è lo sguardo critico o per lo meno perplesso, una modalità di analisi davvero poco comune, che ho apprezzato moltissimo.
    Infine, la citazione di Zero fa da ciliegina sulla torta...

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